I primi 50 anni delle Oblate di Nazareth

A cura di Dora Ciotta, 2006

Introduzione di Dora Ciotta, un’antica amica

I primi cinquanta anni di vita di una persona, o di un Istituto religioso del quale si fa parte, è sempre l’occasione giusta per porsi le domande più importanti per l’esistenza, non solo per se stessi, ma per chi ci avvicina. Chi sono? perché vivo? perché ho seguito questa strada? Come testimonio alle persone che incontro se sono di Cristo e vivo per Lui? Lascio ogni giorno un segno, con la mia presenza d’amore, nella comunità alla quale appartengo? e, per essa, nella Chiesa di Dio?

Sento veramente che la presenza di ogni persona, nella mia piccola o grande comunità, mi arricchisce interiormente e la sua assenza m’impoverisce? Se per es. una consorella parte o muore, lascia un solco nel mio cuore?

Credo che nella Chiesa, in ogni piccola comunità di cui si fa parte, familiare o religiosa, per il mistero della Comunione dei Santi, il bene o il male di ogni membro, il suo impegno o il suo disimpegno, il suo benessere o il suo malessere diventano il bene o il male, l’impegno o il disimpegno, il benessere o il malessere di tutti e quindi anche il mio?

È più importante, insomma, per me, l’osservanza del mio programma di vita, il quieto vivere, l’essere irreprensibile, oppure farmi prossimo, prendermi cura di chi mi sta vicino, rischiare per far crescere nella responsabilità le persone con cui vivo, nella comunità di cui faccio parte?

Domande fondamentali queste per verificare l’orientamento di ogni vita e di ogni comunità. Soprattutto di una comunità religiosa.

Non potete servire a Dio e a Mammona”, ci ammonisce infatti Gesù di Nazareth, dove “mammona” è ogni idolo che ci allontana da Dio e dall’Amore che è Dio.

Come antica amica, accogliendo l’invito della Madre generale Suor Filomena Gallo a preparare qualcosa per celebrare il loro 50°, ho pensato che il 50° dell’Istituto delle Oblate di Nazareth potesse essere per tutte, l’occasione di un migliore riconoscimento e riorientamento verso il carisma di Nazareth e non solo di una più grande riconoscenza a Dio, perché: “Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori. Se il Signore non custodisce la casa, invano veglia il custode. Invano vi alzate di buon mattino, andate tardi a riposare e mangiate pane di sudore: il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno”. (Sl. 127, 1-2).

Conoscendo familiarmente le Suore, ho voluto ascoltarle con voce immediata. Per la prima volta ho posto alcune semplici domande, in ordine alla storia della loro vocazione e alla loro esperienza di vita, a quante hanno voluto collaborare.

Ho potuto dunque ascoltare le risposte, una per una, di gran parte delle Suore presenti in Italia di varie nazionalità, secondo la loro disponibilità nelle diverse case italiane, all’ora del mio passaggio.

Ho incontrato dovunque persone accoglienti e umili, di varie età e aspettative di vita: le anziane, tutte o quasi, con un’istruzione piuttosto ridotta all’essenziale, le giovani indirizzate ad una formazione sobria, aperta al confronto con altre spiritualità, a Roma. Tra le altre, per fortuna, anche la Superiora della casa della Nigeria, venuta in Italia per curarsi.

Nelle diverse Case italiane, grandi, ordinate, solenni e sovraccariche di mobili antichi, ricevuti in dono e ben conservati, mi hanno fatto dono di un po’ di tempo per un dialogo confidente, in un clima caldo e familiare.

Sempre mi colpisce quel loro talento di accogliere con semplicità ogni dono, anche piccolo, e di saperlo recuperare con pazienza o trasformarlo con creatività, in cucina e per la dispensa, o per le missioni; quella loro disponibilità, umile e generosa, di ospitare, soprattutto a tavola, adeguatamente, sacerdoti, cardinali e vescovi, di diverse regioni del mondo, e non solo d’Italia, quando sono in situazione di bisogno e di spaesamento …, o semplicemente lo chiedono.

Nel mio lungo peregrinare per l’Italia, raramente ho potuto verificare tale disponibilità presso altre case religiose. È proprio un carisma!

Mi commuove pure l’insistenza di queste Suore a modificare, con l’intenzione di migliorarle, le preghiere comuni e i canti nelle Liturgie e nelle assemblee comunitarie, anche se … a me personalmente pare sempre più desiderabile, anche in chiesa, il silenzio …

Questo libretto vuole aprire lo scrigno di questa Comunità, come una rugosa melagrana che mostra i suoi chicchi rosati, tutti teneri e disuguali, tutti fragranti di luce intima.

Le risposte delle varie Oblate vi si snodano naturalmente come il loro quotidiano: il lavoro continuo, l’obbedienza nascosta, l’accoglienza che rinnova ogni ospite, il silenzio dell’unione con Dio, il fervore della missione, la speranza di un nuovo convivere in pace degli uomini e delle donne.

Vi si potrà ritrovare lo svelamento del carisma di Nazareth, scelto dal Fondatore? Lo spero.

L’albero disegnato finemente dalla grafica Rosanna Sannino sulla copertina, ne fa sprigionare proprio una mirabile luce di speranza.

È un albero “meticcio” che rende chiaro il messaggio di un Istituto religioso in cui umili suore, di culture diverse, di continenti e di età diverse, per la fede in Gesù Cristo, al servizio nella Chiesa, vivendo insieme nel sacrificio e nell’amore, riescono a sprigionare fiori e frutti diversi: il sandalo profumato dell’India, le fresche banane della Nigeria, l’ananas asprigno del Brasile, le succose olive e le dure pigne pugliesi …

Sono i luoghi diversi in cui le Oblate hanno le loro Case di vita e di lavoro, generalmente ben apprezzato nell’ambiente.

“Dalle civiltà miste nascono i sistemi più stabili”: ha scritto recentemente su Avvenire lo storico medievalista Franco Cardini.

Ho sentito le diverse Oblate per il loro 50°, con Maria di Nazareth, ripetere ,ancora una volta: Ecce! Fiat! con la loro vita, anche se a volte oscura e dolorosa, e dire con la loro voce personale: Magnificat! e ho ripensato alle osservazioni del biblista Bruno Maggioni: “L’evangelista Luca chiama la Vergine: “Maria” e l’angelo: “amata gratuitamente”, piuttosto che “piena di grazia” ( è questa infatti la migliore traduzione del verbo greco). Rispondendo, Maria chiama se stessa “serva”: “Eccomi, sono la serva del Signore”. Grazia e servizio: in questi due termini è racchiusa tutta la comprensione cristiana dell’esistenza umana. Il dono ricevuto continua a farsi dono”.

Ecco, mi pare proprio questo il messaggio semplice e sincero delle Oblate. Grazie, care Oblate.

A conclusione di questa esperienza unica, per voi e per me, vi suggerisco una preghiera mirabile da fare quotidianamente insieme: è quella che il Papa mette a suggello della sua 1° Enciclica: “Deus caritas est”.

 

“Santa Maria, Madre di Dio,

tu hai donato al mondo la vera luce,

Gesù, tuo Figlio-Figlio di Dio.

Ti sei consegnata completamente

alla chiamata di Dio

e sei diventata sorgente

della bontà che sgorga da Lui.

Mostraci Gesù. Guidaci a Lui.

Insegnaci a conoscerlo e ad amarlo,

perché possiamo anche noi

diventare capaci di vero amore

ed essere sorgenti di acqua viva

in mezzo a un mondo assetato.”