Da quel lontano 30 giugno 1947 in cui era giunto come Vescovo a Oria dall’esperienza di fervida cooperazione pastorale della parrocchia del Carmine di Taranto, Mons. Semeraro non aveva cessato di guardarsi intorno per cercare di rinnovare strutture fatiscenti, mobilitare energie giovanili, creare occasioni e strumenti nuovi di apostolato, incoraggiare slanci e impegni di generosità, arrischiare opere impensabili.
Era riuscito a far aprire cantieri di lavoro per gli operai disoccupati, prima per riattare e rimodernare il Seminario vescovile di Oria, e poi anche quello estivo di Campomarino. Si profilavano possibilità nuove per centinaia e centinaia di bambini nelle colonie, di giovani e di adulti nei corsi di Esercizi Spirituali…
Ma intanto, a chi affidare il servizio del Seminario dopo la rinuncia delle Figlie del Divino Zelo e le difficoltà di alcune Oblate Benedettine?
I movimenti giovanili di Azione Cattolica certo cominciavano a vivere in diocesi una primavera straordinaria di aggregazione e di entusiasmo… ma urgevano energie di donne generose che si offrissero subito per un lavoro a tempo pieno, carico di sacrificio e di silenzio, che si inchinassero nell’ombra a responsabilità di pulizia, di riordinamento e di edificazione, senza altra gloria se non il Regno di Cristo.
“Pregando e meditando tante volte dinanzi all’immagine della Madonna della Fiducia, nella Cappellina dell’Episcopio di Oria, tanto amata e venerata fin dagli anni di formazione nel Seminario Romano Maggiore, – scriverà Mons. Semeraro – ho avuto la feconda ispirazione di dar vita a un Istituto Religioso che potesse supplire alle carenze di servizio pratico e alle impellenti necessità in cui era venuta a trovarsi la Chiesa locale. Essa doveva vivere e crescere nello spirito di Nazareth e caratterizzarsi per l’impegno costante di vivere e agire in intima unione a Cristo, anche nelle umili mansioni, come Maria di Nazareth”.
Il seme di Nazareth era così gettato dallo Spirito Santo nel campo di Oria.

Cartolina d’epoca della città di Oria
La nuova famiglia religiosa che andava aggregandosi con il chiaro programma di lavorare nel nascondimento, per attività molto umili ma tanto necessarie al Ministero Sacerdotale, prese il nome di “Oblate di Nazareth”, ispirandosi all’umile vita di Maria SS.ma.
Si trattava, per il Vescovo Mons. Semeraro, di affiancare, in forma complementare e secondaria, all’attività del Clero diocesano quella di donne e, anzi, come avrebbe precisato alcuni anni dopo, in una lettera del 17/4/79, quella di “anime femminili che, in spirito di consacrazione, ne integrassero l’opera con umili servizi, dove era utile, come le pie donne che, con Maria, seguivano Gesù”.
Il primo gruppo di ragazze che dissero di sì venivano dai paesi vicini: erano dodici ragazze generose, abituate a lavorare nelle loro famiglie, ma di scarsissima istruzione.
I locali nei quali furono sistemate, per servire il Seminario, erano le antiche stalle in abbandono dell’Episcopio, prive di ogni comodità, umidissime e per di più abitate dai topi, che spesso interrompevano anche il sonno alle giovani aspiranti.
Nonostante la loro inesperienza di servizi di comunità, le ragazze cercavano con buona volontà di essere utili ai seminaristi, ai sacerdoti, a quanti facevano riferimento al Seminario, per tutto: cucina, lavanderia, guardaroba, ecc.
Nei ritagli di tempo libero dai pressanti impegni per la diocesi, il Vescovo Semeraro le riuniva, le istruiva e le andava formando paternamente alla vita di consacrazione e di umile servizio alla Chiesa del Signore.
Spesso lo sostituiva il Vicario generale, Mons. Raffaele Perrone, oppure p. Ferdinando Messina, missionario dei Padri di S. Vincenzo de’ Paoli della casa di Oria.