Occorreva una “fede fortissima nell’umanità di Gesù, misteriosamente presente e vivo nella persona di quanti venivano affidati alle loro cure”. E come alimentarla a fondo questa fede, se anche le preghiere comunitarie a volte potevano essere distratte dalle mille occupazioni incombenti, con il rischio di alienarsi nell’incessante fatica e nei quotidiani assillanti sacrifici? E soprattutto, come “vivere e lavorare con Maria”, con la mente occupata a contemplare con “infinita ammirazione e giubilo la misericordia di Dio” e, contemporaneamente, attenta alla virtù della povertà e cioè “povertà rivestita di ordine, di pulizia, di decoro: ciò per la retta disposizione delle cose al loro fine”, come precisava il primo Regolamento delle Oblate?
Occorreva mettere le giovani, generose, ma ancora non bene strutturate nella formazione integrale della propria persona, in condizione di alimentare innanzitutto la loro fede in Gesù, nel silenzio e nella prolungata adorazione eucaristica, e quindi di poter integrare dentro di se il desiderio di seguire il Signore, con l’esperienza defatigante che avevano già iniziata, e soprattutto di equilibrare la gioia della propria consacrazione a Dio con l’accoglienza delle persone incontrate concretamente nella realtà della vita quotidiana. Forse per le Oblate occorreva ogni tanto una sosta in un’altra sede, piuttosto alternativa rispetto alle altre, per alimentare l’intimità con il Signore.
Ma il Signore stesso l’aveva misteriosamente preparata.
Esisteva infatti, nelle campagne di Martina Franca, la villa di famiglia di Mons. Alberico Semeraro, già assegnata come patrimonio al figlio Alberico per la sua ordinazione sacerdotale dal padre, architetto Carmelo. La villa era in un luogo ameno e tranquillo, tra il verde dei boschi e Mons. Semeraro la mise a completa disposizione delle Oblate. Volle intitolarla significativamente Villa Betania.
Così Villa Betania, già dal 1958, venne adattata a ospitare a turno le Suore per gli Esercizi Spirituali o, quando necessario, per periodi di riposo.
In data 6 novembre 1964 si chiesero le opportune facoltà a S. E. Mons. Guglielmo Motolese, arcivescovo di Taranto, perché la casa ricadeva sotto la sua giurisdizione diocesana, e il 3 dicembre giunse il consenso. Fu eretta così la quarta casa religiosa delle Oblate e fu possibile conservare il SS.mo Sacramento nella Cappella e celebrare ogni giorno la S. Messa.
Villa Betania divenne la Casa dell’Adorazione Eucaristica quasi quotidiana, l’altare sul quale venivano bruciate in offerta le sofferenze, il lavoro nascosto o appariscente, i piccoli successi e insuccessi dell’intero Istituto delle Oblate, per la Chiesa, per il S. Padre, per l’Episcopato e il Clero di tutto il mondo, insieme all’umile richiesta di nuove vocazioni apostoliche.
Di recente, dopo un lungo periodo in cui è stata destinata anche al Noviziato (1989 – 1995), Villa Betania è diventata Casa di Aspirantato e Postulantato e Casa di preghiera per le Suore più avanti negli anni.
Il passaggio da Villa Betania, per ogni Oblata, cominciò a costituire non solo una lieta sosta di riposo e di rigenerazione fisica nel verde delle sue pinete, ma un’immersione nel silenzio e nel desiderio di fare la volontà di Dio, e quindi un irrobustimento della volontà di consacrarsi a Gesù Cristo nella Chiesa.
La pace del cuore, però, non si scopre nell’isolamento e nella fuga dal prossimo, a volte troppo esigente e petulante, ma nella decisa apertura alla comprensione, al perdono, alla generosità del dono. Così, ogni volta, l’ospitalità fraterna di Villa Betania richiamava al messaggio affettuoso di Gesù, ospite a Betania, e all’invito insistente del Fondatore a vivere ogni giorno, al proprio posto, “come Marta e Maria: mani al lavoro e cuore a Dio”.