La Vergine Maria SS.ma visse tanti anni a Nazareth occupandosi materialmente delle piccole faccende domestiche.

Sapeva, però, nella sua fede vivissima che Gesù, affidato alle sue cure materne e crescendo simile in tutto agli altri ragazzi, era, in realtà, il Figlio di Dio fattosi uomo e che si preparava a fondare la Chiesa ed a morire per dare così la massima gloria a Dio Padre e la Salvezza alla intera umanità.

Essa dunque con i piccoli ed umili servizi di casa sapeva ed intendeva collaborare nel miglior modo a questa opera di Redenzione, la affrettava con la sua preghiera e con i suoi quotidiani sacrifici, mentre con la sua mente contemplava, con infinita ammirazione e giubilo, la misericordia di Dio che ama servirsi di cose così piccole per compiere cose grandi.

 

Alcune giovani cristiane, per una particolare devozione alla Madonna e volendo vivere e lavorare con Lei, continuando la sua stessa occupazione di preghiera e di umili servizi alla umanità di Gesù misteriosamente presente e vivo nella persona di quanti vengono affidati alle loro cure, si sono riunite in vita comune sotto il nome di Oblate di Nazareth.

Si chiamano Oblate, ossia “dedicate”, “offerte”, senza altri limiti o riserve da parte loro che quelle imposte dalla adorabile Volontà di Dio stesso nell’ambito delle sue leggi naturali e soprannaturali, secondo le prescrizioni delle regole e dei legittimi Superiori, per indicare che intendono corrispondere all’invito di Dio in modo totale e completo in unione alla Vergine SS.ma.

Si denominano “di Nazareth” per riepilogare, in questo termine, il tipo di vita e le particolari virtù della Madonna in quella umile dimora.

 

Questa premessa, che fa parte integrante della Regola delle Oblate di Nazareth, dev’essere tenuta presente e sviluppata nelle istruzioni e meditazioni, come quella che aiuta a comprendere e ad interpretare nel giusto spirito le particolari regole e consuetudini che man mano si stabiliranno.

 

Una delle caratteristiche principali della vita di Maria di Nazareth, come si può rilevare da tutto l’insieme dei Vangeli e delle tradizioni, è la povertà. Tale povertà è però rivestita di ordine, di pulizia, di decoro: ciò, per la retta disposizione delle cose al loro fine.

 

Ordine significa che ogni cosa ha un suo posto fisso, posto che viene scelto e stabilito non di volta in volta, ma con una certa stabilità da colei che ha l’incarico delle attività a cui sono destinate le cose stesse.

Nella casa di Maria di Nazareth il silenzio, la calma dei movimenti, il succedersi ordinato delle attività e la ragionevole disposizione della casa facilitavano il suo animo al raccoglimento e alla contemplazione del suo Signore, così preciso, ordinato e maestoso nella creazione del mondo e nel suo ordine.

Una casa ordinata, infatti, agevola le singole attività che vi si devono svolgere, presentando gli strumenti e gli utensili senza inutili manovre e perdite di tempo, ma, nello stesso tempo, ha un aspetto di bellezza e di intelligente disposizione che eleva ed ingentilisce l’animo rendendolo più delicato e sensibile alle cose belle ed alieno dalle brutture.

L’ordine richiede altresì che ciascuna cosa sia usata nel modo che meglio risponde al suo scopo ed alla migliore durata e conservazione per il suo uso, sia conservata anche in luogo ed in maniera che si possa facilmente trovare, sia pronta all’uso, non richieda più cammino e fatica di quanto è necessario per l’ordine generale, salvo quando debbano esserci lunghi periodi di interruzione o le deficienze dello spazio non permettano una più ragionevole sistemazione.

Non è ordinato lasciare le cose dove capita, o non pulite o dove siano esposte a danni e pericoli non richiesti dal loro uso.

La stabilità del posto facilita il ritrovamento e l’uso delle cose stesse, ma questa stabilità non deve impedire che nei periodici riordinamenti, tenendo conto delle esperienze fatte nel periodo precedente, non possa modificarsi l’ordine con l’accordo di chi è proposto all’ordine generale, per tenere la cosa sempre pronta alle esigenze del momento.

La pulizia degli ambienti, degli utensili e stoviglie, delle persone, delle vesti, fa parte dell’ordine nel senso che come si deve svolgere ciascuna attività nel luogo stabilito secondo un criterio di praticità e come si deve rimettere ciascuna cosa al suo posto dopo l’uso, così le Oblate devono aver cura di svolgere ciascuna attività in modo da non cospargere intorno tracce e residui di cose ed aver cura di ripulire ogni cosa al termine di ciascuna attività.

È contro la pulizia, per esempio, far schizzare acqua, olio, ecc … per disattenzione o trascuratezza  delle buone norme, oppure trascurare di ripulire, quando è terminata l’attività che le ha prodotte.

 

Oltre la pulizia materiale di abiti, di indumenti e oggetti vari che esclude la presenza di residui, rifiuti, macchie, per ciascuna cosa nella sua purezza che ne garantisce l’uso e la conservazione, l’igiene ed il decoro, le Oblate devono escludere dai propri ambienti e da sé ogni parola, ogni gesto ed ogni atteggiamento che significhi minor riguardo e minor stima a se stesse ed agli altri.

Il pensiero della presenza di Dio, l’affettuoso rispetto alla Madonna vivente nelle case con la sua immagini e col suo spirito; deve far evitare alle Oblate ogni parola volgare, ogni risata sguaiata, il linguaggio dialettale e con termini poco decenti, la sciatteria negli abiti, le posizioni troppo comode ed il modo di comportarsi difforme dalle buone regole di un galateo cristiano.

Sarà perciò cura di ogni singola responsabile e di ciascuna buona Suora avvertire ed istruire chi fosse manchevole perché tutte, con intima gioia dell’animo, godano di agire e regolarsi secondo i gusti di Maria, nel decoro di Oblate che vivono nella sua casa, vogliono riconoscersi come animate del suo spirito e dalle sue belle abitudini.

 

È contro il decoro il parlare quando si è animati da dispetto, da disprezzo dei modi altrui di agire, da impazienza per avere già dato altre volte gli stessi avvertimenti, oppure mettere in ridicolo certi atteggiamenti altrui che porterebbero a prenderli in burla, a ridere e a far ridere con umiliazione ed amarezza di chi è in difetto.

La Oblata che vuol vivere con Maria e con il suo spirito materno ricorda che Lei a Cana non fece notare a nessuno la mancanza del vino, (che poteva dipendere dalla imprevidenza e distrazione dei familiari o dalla loro povertà) e preferì parlare in segreto a Gesù solo.

Così la Oblata che ha avvertito il movimento di disprezzo o di impazienza che le è sorto nell’animo, preferisca dare gli avvertimenti a quattr’occhi senza farli notare a terzi.

Se non c’è causa molto urgente preferisca rimandare l’avvertimento di un’ora, di mezza giornata e più ancora e, prima di parlare, alzi lo sguardo alla immagine di Maria e preghi perché sia Lei a parlare e a far capire il richiamo alla Consorella difettosa.

 

Consideri però sempre una negligenza grave ed una grave mancanza di rispetto a Maria, se, pur avendo notato un difetto abituale in una consorella, trascuri di avvertirla a suo tempo e nel modo su descritto, per rispetto umano, per pigrizia, per sfiducia, mentre sa che è desiderio di Maria aiutare tutte le sue figlie nel giusto desiderio di correggersi e di perfezionarsi.

Se teme d’essere motivata solo da antipatia o teme di urtare la suscettibilità della consorella, ne parli alla Superiora immediata e stia alle sue direttive.

Anche le Superiore però devono essere vigilanti per non lasciare a lungo in difetto la loro consorella solo per trascuratezza o per amore di pace e di quieto vivere.

I casi più difficili, ma anche più frequenti si hanno quando la persona difettosa è anche orgogliosa, e colei che deve o vuole aiutarla ha fretta o crede quell’impresa sia facile.

Come, dunque, deve regolarsi la Superiora che vuol correggere e rendere più retta ed edificante la giovane difettosa? Non deve prendere di punta, fin dall’inizio i difetti della consorella, ma incoraggiarla a superare i propri difetti, per meglio valorizzare qualche buona qualità che possiede e lodarla quando vede un buono sforzo incoraggiandola a migliorare sempre di più, manifestando il proprio rammarico quando ricade nei difetti, ma facendole notare come sia più opportuno rafforzare le sue buone qualità e capacità.

Se invece qualcuna ostinatamente si indispettisce degli avvisi e non ha intenzione di correggersi o la fa solo qualche volta senza poi cercare di abituarsi al modo più retto di agire, sia questo, per la Superiora, uno dei segni che costei non è chiamata a fare la sua vita tra le Oblate e ne parli chiaramente ai superiori Maggiori.

Su questi avvertimenti e direttive ciascuna ravvivi la sua attenzione e l’impegno deciso di metterli costantemente in atto con l’aiuto di Maria, dalla quale invoco, su ciascuna Oblata di Nazareth presente e futura, la sua materna assistenza e protezione.

Da parte mia, mentre vi benedico di gran cuore, dico a ciascuna come ha detto Gesù: “Fa così e vivrai”.

S. Cosimo alla Macchia, 10 gennaio 1956

+ Alberico Semeraro