La mia vuol essere una testimonianza di un rapporto feriale e personale con questo santo e grande sacerdote e vescovo del Signore. È stato detto che nessuno è grande davanti a Dio. Ebbi la fortuna e il privilegio di incontrarlo nella mia prima fanciullezza. Alla mia età di dieci anni, Lui, come Assistente diocesano di Azione Cattolica, venne a Grottaglie per una gara diocesana sulla dottrina della Fede, che allora si studiava seriamente con concorsi diocesani e nazionali, bontà sua mi diede la medaglia d’oro. Subito dopo lo incontrai a Taranto, tramite un mio zio che aveva rapporti di amicizia con la sua famiglia. Lui mi presentò al Rettore del Seminario e al Canonico tesoriere del Capitolo, che era l’economo del Seminario, ottenendo agevolazioni economiche in un momento particolarmente difficile per la mia famiglia. Lo ebbi come confessore e padre spirituale nella mia nuova vita in seminario, ma anche come professore di matematica: una materia per me ostica, ma che lui sapeva far amare. Posso dire che l’unica matematica della mia vita è stata quella insegnatami da lui.
Appena ordinato sacerdote il mio Arcivescovo mi destinò alla chiesa del Carmine a Taranto, dove lui era diventato il primo parroco. Instaurammo una vita comune veramente esemplare. Posso dire che in appena un anno imparai da lui più di quanto avevo imparato in tanti anni di seminario. Quando di lì a poco, lui già nominato vescovo, andai come parroco altrove, la gente si meravigliava ed era contenta per un certo stile di comportamento, ma non sapeva che ciò era frutto di un comportamento che imitava in modo approssimativo il suo stile. Era di una discrezione unica. Negli ultimi mesi della sua permanenza al Carmine ci furono delle circostanze che lo fecero molto soffrire. lo nella mia santa ingenuità gli dissi che il Signore lo provava e lo preparava a grandi grazie. Fui facile profeta, dopo poco venne la sua nomina a Vescovo. Non uscì mai un lamento dalla sua bocca. L’origine di tutto lo seppi in una lontana regione dell’Italia centrale per un incontro fortuito con un rettore di seminario Maggiore. Lui pur confidandosi in tante cose con me, fu di grande silenzio sulle cose che lo addoloravano e ferivano.
Il grande bene che mi voleva lo seppi dal mio Arcivescovo, tanto era la sua discrezione. Negli anni successivi della mia vita sacerdotale e pastorale continuò ad essere un punto di riferimento per me. I miei incontri erano illuminanti e rasserenanti, mi arricchivano sempre spiritualmente. Negli ultimi anni sembrava che io andassi a riempire la sua solitudine. In realtà era la sua luce interiore che illuminava l’anima mia. Erano gli ultimi bagliori che illuminavano, scaldavano chi si avvicinasse a Lui. Suo capolavoro fu lo sviluppo e il rilancio del Santuario dei Santi Medici ad Oria. Ne fece un grande centro di spiritualità e di accoglienza. Sempre lì è stato progettato e realizzato da lui un giardino zoologico, fra incomprensioni e contrasti. Per realizzarlo arrivò fino a impegnare beni di famiglia. Ma l’opera più bella e duratura è l’Istituto missionario delle Oblate di Nazareth, in cui fra l’altro si coltiva un’ospitalità semplice e generosa, soprattutto verso i sacerdoti, pervasa dallo spirito della Santa Famiglia di Gesù.
Il suo spirito ha lasciato un’impronta difficilmente cancellabile nella diocesi di cui fu Pastore, ma soprattutto un’orma profonda e duratura nell’istituto delle sue Figlie Oblate.
Don Luigi De Filippis