Mons. Alberico Semeraro: sorriso, pazienza e fiducia immensa nel Signore
Avevo sentito parlare spesso di mons. Alberico Semeraro sin dal tempo del seminario regionale. Avevo imparato a distinguerlo da un altro Semeraro, mons. Orazio, vicario generale di Ostuni e poi anche lui Vescovo di Cariati e poi coadiutore di Brindisi-Ostuni. Di Alberico, martinese puro sangue, tutti raccontavano della sua bontà, pastoralità, affabilità, mentre di Orazio facevano a gara a raccontare le sue finezze filosofiche.
Conobbi da vicino il Vescovo di Oria nel momento in cui, per chiamata e impulso di quel sant’uomo che era don Peppino Contento, arciprete di Alberobello, mise piede nella Città dei trulli per la costruzione dell’asilo e delle opere delle Oblate di Nazareth, che aveva fondato nella diocesi oritana. Andava e veniva col suo fare paterno e amabile. Era fondatore, ma anche costruttore, ingegnere, capomastro, in una parola, era il Vescovo che non aveva solo cuore, ma anche testa, ingegno e matita … Sì, matita, perché seppi dopo che parte dei progetti delle sue opere nascevano anche dalla sua testa di ingegnere mancato, figlio di architetto, pittore e artista.
Mons. Semeraro aveva nel sangue l’arte della pietra e non rinnegava le sue origini martinesi, fatte di tenacia, durezza di testa, amabilità di cuore. Soprattutto era tenace e fermo nei programmi, come lo era anche nei suoi obiettivi, che erano sempre quelli della crescita della fede, la cura delle anime, la santità di quel manipolo di figlie che aveva cominciato a guidare personalmente nella vita religiosa, fino alla nascita di una vera e propria Congregazione, prima di diritto diocesano, poi di diritto pontificio.
Mi commuovo ancora oggi, aprendo l’Annuario pontificio, nel vedere tra le oltre venticinque Congregazioni femminili intitolate alle Oblate, la piccola famiglia: Oblate di Nazareth con superiora generale Sr. Filomena Gallo, casa generalizia in via Giovanni XXIII, 46, 70011 Alberobello (Bari), diocesi di Conversano-Monopoli. Mi commuovo, perché Alberobello, piccolo paese di Puglia, non avrebbe mai immaginato di avere una casa generalizia, né di essere centro di molteplici attività educative e missionarie. Questa sede fu dovuta alla decisione del Fondatore di trasferire il centro della sua famiglia religiosa da Oria ad Alberobello, per l’immediata disponibilità del vescovo del tempo, mons. Antonio D’Erchia, che offrì fraterna accoglienza e consentì sereno cammino in uno dei momenti più difficili della vita del giovane Istituto.
Fu allora che i miei rapporti con mons. Semeraro si intensificarono, fino a divenire di costante e sincera collaborazione. Lo aiutai, infatti, in tante evenienze con la preghiera e con la penna, e non mancai di accompagnarlo in tanti viaggi romani, per verificare possibili strade di sviluppo e, ancor più, per far comprendere ai Superiori le autentiche finalità che il buon Vescovo oritano cercava di realizzare per il bene della Chiesa.
C’era, infatti, chi malignava che egli prediligesse la sua Congregazione al bene superiore della diocesi; ma non era vero, perché – e lo dico davvero coram Domino! – ho sentito dire mille volte da lui negli anni 1973-1980 che il suo vero, grande amore era sempre la diocesi, la bella diocesi di Oria, che era la sua vera sposa, la grande sposa, alla quale aveva dedicato e dedicava tutto se stesso.
In quegli anni conobbi a fondo mons. Semeraro, ne misurai la pazienza e la bontà, e capii che il suo sorriso amabile e paterno, l’aria a volte dimessa, a volte pacioccona, nascondevano una grande sapienza: la sapienza della Croce, che sa perdonare chi gli vuol male e sa vedere tutto e tutti sub specie aeternitatis, nella prospettiva di Dio, alla luce del comandamento della carità.
Quanti viaggi abbiamo fatto insieme in quegli anni, quante conversazioni, quante lettere, quanti appunti e memoriali abbiamo fatto insieme, nella piccola stanza di Alberobello o nel piccolo rifugio romano,
ove aveva istallato, alla periferia di Roma, sulla strada per Fiumicino, il primo asilo e la prima presenza delle Oblate nella capitale! Si andava in macchina, prima pregando, poi chiacchierando, raccogliendo stimoli e suggestioni per migliorare il cammino e la vita della piccola famiglia religiosa. Saliva e scendeva i palazzi romani, per consegnare rapporti e documenti, ma, nel contempo, continuava a svolgere il suo ministero pastorale senza interruzioni e senza sosta.
Le malelingue, che accompagnano sempre le opere di Dio, lo facevano soffrire, ma non lo piegavano; lo mortificavano, ma non lo allontanavano dai suoi progetti che erano il nuovo seminario, il santuario di San Cosimo, uno dei grandi monumenti pastorali da lui edificati, le nuove chiese, la riorganizzazione dei beni ecclesiastici, il contatto coi suoi preti che amava tutti uno per uno, anche se non mancava, tra essi, chi con la lingua e chi con la penna, gli faceva attraversare la via dolorosa del Calvario.
Mai, dico, mai una volta l’ho sentito dir male di alcuno! Anche quando qualcuno, che gli era più vicino, azzardava qualche pesante e ben motivato giudizio, rispondeva col suo amabile sorriso, allargando le grosse mani: Cosa vogliamo fare? Il Signore sa! Pazienza, andiamo innanzi … Gesù ha sofferto più di noi! Non dobbiamo fermarci! Gesù è con noi, la Madonna ci accompagna …
Sono espressioni sentite cento, mille volte dalla sua bocca, che mi hanno formato al senso della pazienza e mi hanno fatto comprendere con qualche anno d’anticipo che la vita del Vescovo è una via della Croce, in un senso o in un altro, e che, quel che conta, è avere retta intenzione, camminare con Dio, fare sempre quello che detta la coscienza, mettendo in conto la sofferenza come la necessaria fecondazione di ogni opera di bene.
Non posso rivelare particolari, che fanno parte del riserbo o addirittura del segreto, ma posso affermare, a trent’anni di distanza, che ho visto questo santo Vescovo attraversare il fuoco, come Daniele, ma uscirne illeso: aveva la corazza di Dio che è la fede, la speranza, la carità. L’ho visto a volte triste, pensoso, afflitto, ma mai adirato; quasi sgomento, non affranto; silenzioso nella sua meditazione dolorosa, mai avverso a chi gli diceva e gli faceva male.
Intendiamoci. Non voglio giudicare nessuno, né entrare nel merito di vicende ecclesiali, peraltro assai modeste, ma posso affermare che questo Vescovo, come l’ho visto io da vicino, seppe portare la croce con dignità, immutata fiducia nella forza di Dio, e seppe infondere in chi gli stava da vicino, soprattutto le sue Suore, un senso di abbandono alla volontà divina che è il segno vero della santità e della grazia.
A metà degli anni ‘70 la mia giovane penna gli corse più volte in aiuto; ma ho sempre sotto gli occhi le sue correzioni, le sue finissime aggiunte, letterali e di contenuto, che non avevano altro fine che lumeggiare la verità, senza offendere le persone. In quegli anni avevo lasciato quasi del tutto l’insegnamento, per dedicarmi a tempo pieno alla cura pastorale della parrocchia dei Santi Medici di Alberobello, in aiuto all’arciprete Contento, appena uscito da una brutta emorragia cerebrale, e mi fu di grande aiuto il suo insegnamento e il suo esempio di pastore buono e amabile, intelligente e paziente, sofferente e silenzioso. Imparai da lui a fare il Vescovo, come avevo imparato dall’Arcivescovo Nicodemo l’arte del governo e dall’Arcivescovo Motolese lo slancio e l’avvedutezza pastorale dei tempi nuovi.
Mons. Semeraro aveva attraversato il Concilio, lo aveva fatto insieme allo Spirito Santo, al Papa e ai Vescovi del mondo, ma non ne aveva assunto i contenuti teorici. Aveva capito, però, che oggi la legge vera della Chiesa è solo quella della carità. Non era un grande teologo, uno studioso; era pastore, non un teorico della pastorale, un ricercatore; ma era un vero padre, un maestro pratico, un autentico pastore di anime, che camminava col bastone e con il secchio per offrire alle pecore l’acqua e il pasto di Dio.
Da giovane era dotto e aggiornato; i suoi studi al Laterano erano stati splendidi, ma la parrocchia del Carmine di Taranto lo aveva forgiato alla pastorale pratica, sicché il suo linguaggio, a volte mutuato dai contadini, a volte dagli artigiani, era sempre incisivo, popolare, efficace, come anche oggi mi ricordano alcuni giovani di A.C. da lui accolti nei primi anni d’episcopato, per dare insegnamento al suo seminario. Mi riferisco, tra gli altri, all’illustre giornalista e poi senatore Giuseppe Giacovazzo, che ricorda ancora oggi le sue prediche, i vocaboli da lui scelti per spiegare il catechismo, il rapporto efficace che riusciva ad avere con gli ascoltatori, anche con quelli più poveri e dimessi.
Ho colto io stesso tante volte, nelle brevi omelie, questi tratti di grande umanità e di profonda penetrazione del cuore umano. Mi disse una volta: “C’è chi parla al cuore e chi parla alla testa. Io preferisco parlare al cuore, come fa la mamma col proprio bambino!”.
E che la gente lo capiva, come lo capivano i bambini, i genitori, la buona gente, l’ho constatato io stesso con viva ammirazione e con un pizzico di invidia.
Un altro tratto mi preme rammentare in questo rapido ricordo di Alberico Semeraro ed è la sua profonda pietà, il suo amore alla Eucaristia, la sua immensa devozione alla Madonna della Fiducia, la patrona dei suoi anni di seminario romano, oltre che ai Santi Medici, che furono l’oggetto principale delle sue cure pastorali e del suo zelo per quel meraviglioso santuario che proprio con lui ebbe quel rilancio che è oggi sotto gli occhi di tutti.
Pregava e pregava col cuore; invitava le sue suore a pregare e a fare silenzio; ci teneva a fare loro la mattina personalmente la meditazione durante la messa e le seguiva una per una, come un buon padre, un santo padre spirituale.
Quando lasciò il governo della diocesi in mani più giovani, si sentì come sollevato da una responsabilità grande e pesante, ma non si ritirò a riposo, anzi accrebbe la cura verso la Congregazione delle suore, con sguardo missionario e passione sociale.
Il mio servizio episcopale nacque sotto la sua benedizione. Mi volle confortare col sorriso e col consiglio e, regalandomi le tunicelle episcopali di tutti i colori liturgici, mi disse: “Ricordati, quando farai il pontificale, anche di questo povero vecchio che ti ha sempre voluto bene!”.
Ed io mi sono sempre ricordato di lui, della sua bontà, della sua pazienza, dei suoi sacrifici, del suo servizio alla Chiesa di Oria e alle Chiese di Puglia.
Le Oblate di Nazareth e la sua amatissima diocesi non lo hanno mai dimenticato. La Puglia ha avuto in lui uno dei più ardenti e specchiati pastori: un Pastore dal cuore grande!
Mons. Cosmo Francesco Ruppi – Arcivescovo Metropolita di Lecce – Presidente della Conferenza Episcopale Pugliese